

Caro Gabriele,
i recentissimi ascolti radiofonici hanno infine marcato il confine fra chi, a sessant’anni suonati, è ancora una belcantista assoluta (
Come tu ben sai il debutto veronese di Mariella Devia in “Anna Bolena”, nonostante mi avesse come di consueto impressionato, non mi aveva convinto come altre sue prove (ad esempio Imogene e Maria Stuarda): ebbene alla luce della prova palermitana ho sciolto qualunque riserva.
Il ruolo è stato maturato a dovere sul piano espressivo ed è stato restituito vocalmente con una sicurezza ben superiore rispetto a quanto avevamo sentito in occasione dell’esecuzione di Verona.
Certo, come già abbiamo avuto modo di sottolineare più volte, la virtuosa si è fatta più prudente ma per il resto sembra apportare sempre nuovi migloramenti alla propria organizzazione vocale: un registro acuto sempre più luminoso ed omogeneo, un legato sempre più … perfetto e dei fiati che sembrano non terminare mai, il tutto unito ad una coscienza stilistica senza pari e ad una sottigliezza di fraseggio strabiliante. Una prova assolutamente maiuscola coronata da un successo che, dopo il sovracuto che ha chiuso “Coppia Iniqua”, ha travolto l’orchestra. Una buona parte del merito andrà ascritto sicuramente alla bacchetta di Marco Guidarini che, nonostante la mancanza saltuaria di tensione narrativa, si è dimostrata spesso molto sensibile al palcoscenico con la scelta di tempi sovente moderati ma molto rispettosi del canto e di sonorità che hanno sempre evitato quei fragori bandistici tanto cari a Lu Jia (stilisticamente estraneo a Donizetti ed al belcanto tanto da aver ipotecato pesantemente l’edizione di Verona).
Il contorno della Devia era poi superiore a quello veronese: Giacomo Prestia, benché in affanno sugli acuti, ha voce più ampia e bella di Pertusi e nonostante gli sia stilisticamente inferiore è stato un Enrico VIII molto più incisivo;
Una bella “Anna Bolena” è stata dunque quella di Palermo, senz’altro da ricordare nell’attuale problematico panorama delle esecuzioni donizettiane.
Veniamo ora alle dolentissime note del R.O.F. Ti confesso che sino a qualche anno fa attendevo il Rossini Opera Festival con grande gusto e passione mentre da un po’ di tempo lo aspetto col mal di pancia.
Francamente non riesco a comprendere la politica di questo Festival che ha iniziato con il non invitare più i veri grandi rossiniani quando erano ancora gloriosamente in carriera ovvero i Ramey, i Blake e le Horne, ha proseguito con il puntare su giovani spesso e volentieri inadeguati (i Pirgu, le Marianelli, le Bayo ecc…) per finire col contrabbandare come rossiniani assoluti cantanti anche bravi ma che non daranno mai del tu al genio pesarese: prima fra tutte
La sua Ermione è stata per certi versi imbarazzante. Ho letto per anni le critiche impietose verso una Caballé che si era aggiustata la parte ed aveva trasformato il testo in un guazzabuglio incomprensibile di vocali per riuscire ad articolare la vocalizzazione. Mi volete allora spiegare cosa ha fatto di diverso
Il resto poi non era granché meglio:
La bacchetta di Roberto Abbado infine (da me apprezzatissimo ne “
Ciònonostante Abbado ha fatto la figura del gigante rispetto allo sciagurato Gustav Kuhn i cui fragori bandistici e i cui deliri ritmici hanno letteralmente funestato un “Maometto II” che magari, con altre bacchette, avrebbe potuto risultare molto più decoroso.
Certo Pertusi (alla faccia della nostra critica sciovinista) non è mai stato Ramey ma è pur sempre un rossiniano affidabile, Meli, limitato dalla parte, non ha fatto molti disastri ed il soprano (sebbene dotata di voce educata) ha anch’ella fornito una prova interlocutoria; la migliore è stata senz’altro Daniela Barcellona. Questa cantante avrebbe sì tutte le predisposizioni per arrivare a dare del tu a Rossini; purtroppo si ostina a non fermarsi per correggere quei difetti che le saranno alla lunga fatali: i fiati corti e gli acuti scoperti. Per il resto, dopo
Questo, caro Gabriele, è il bilancio desolante del R.O.F.: non so se “L’Equivoco Stravagante” sia andato molto meglio però i due titoli del Rossini napoletano sono stati clamorosamente falliti. Le ultime esecuzioni veramente indovinate dal R.O.F. sono state la “Semiramide” del 2003, l’”Adina” con
A proposito di scelte del R.O.F., per concludere propongo un quesito: e se al posto di Kuhn ed Abbado ci fossero stati un Palumbo, un Benini o, meglio ancora, un Campanella?
Meditiamo gente, meditiamo.
Un caro saluto dal sempre tuo Beckmesser (Alessandro)
Caro Gabriele,
mi sono appena riletto ciò che il buon Elvio Giudici pensava di “Edgar”: un polpettone indigesto.
Le nostre sensazioni all’ascolto torinese non sono state troppo diverse forse perché questa edizione del massimo sabaudo, benché nobilitata da un godibilissimo allestimento scenico, faceva acqua da troppe parti.
Ho trovato abbastanza sconsolante constatare come la migiore in campo per correttezza vocale ed intenzioni espressive sia stata
Il resto del cast era invece francamente imbarazzante:
Ritorno infine, alla nausea, su uno dei miei argomenti preferiti:
Evviva
Ciao e a presto
Alessandro (Beckmesser)
P.S.
Se qualcuno si è scordato come dovrebbe essere un vero ed autentico mezzosoprano si guardi una recente pubblicazione video della “Vai” che ripropone un’allestimento de “
Un'altra grande se ne è andata...
Addio alla TIGRE TURCA!!!
Caro Gabriele,
se non fosse stato per la direzione di Pidò, noiosa e pesante, quella di Bologna sarebbe stata una “Norma” coi fiocchi. Nulla di miracoloso, beninteso, ma comunque non sempre ci è dato ascoltare un Pollione così musicale, di bel timbro e sicuro (nonostante alcuni delmonacheggiamenti di troppo e la mancanza di autentico squillo) come quello di Armiliato, un’Aldagisa civile come quella della Aldrich (più soprano che mezzosoprano ma comunque molto più a proprio agio che non nell’Orsini del “Regio” di Torino) e soprattutto una Norma come quella della Dessì.
Ti confesso che dopo un recitativo così scolpito e giusto negli accenti mi sarei aspettato maggior involo nel “Casta Diva”, notevole ma sicuramente non immacolato: che accenti però, che agilità e che perentorietà. Le agilità di “Ah bello a me ritorna” (Gruberova esclusa) sono state le migliori da me ascoltate negli ultimi anni (con buona pace della Cedolins) a dimostrazione del fatto che, quando si sa cantare e si parte con un retroterra belcantistico, tre lustri di giovine scuola non lasciano più di tanto il segno. Qualcuno potrà obiettare sugli estremi acuti ma, si sa, non sono mai stati il punto di forza di questa cantante che, dopo quasi trent’anni di carriera, si può permettere un debutto che non esiterei a definire vincente!
Come ti ho anticipato telefonicamente ho preso “
Inizierei col Malcolm della Pizzolato che, dal Tancredi di Pesaro A.D.
Il percorso esplorativo dei ruoli Colbran iniziato dalla Ganassi giunge invece ad una nuova tappa; il risultato è interessante ma sicuramente interlocutorio. Il timbro è sempre bellissimo, l’emissione fluida è sostanzialmente molto corretta ed il fraseggio analitico, sin troppo studiato. Quello che non convince e che non mi ha mai convinto sono proprio le agilità: frutto di incessante studio ed applicazione non appena il mezzosoprano perde un attimo il controllo e si fa coinvolgere emotivamente diventano meno fluide, più faticose, farraginose e questo, per una grande rossiniana, non dovrebbe essere mai! Valgono quindi le considerazioni da me già fatte durante gli ascolti di “Barbiere”, “Cenerentola”, “Elisabetta d’Inghilterra”: un’ottima cantante, una grande artista ma non una grande rossiniana.
Con gli ometti le cose peggiorano sensibilmente. La grandeur di Blake (sempre il migliore) e lo splendore timbrico di Florez ci hanno certamente viziati ma … qui c’è da rimpangere amaramente Gimenez e Gonzales. Piattezza espressiva, agilità aspirate, timbro caprino: Mironov esce a pezzi dal confronto con la temibile scrittura rossiniana. Una prova senza possibilità di appello quella del giovane russo; speriamo che ci ripensi.
Discorso un po’ diverso si deve fare per il Rodrigo di Ferdinand Von Bothmer che posside un talentaccio guascone per le volate e gli accenti del ruolo scritto per Nozzari. La linea di canto non è immacolata ed alcuni acuti sono un po’ gridati ed in debito d’intonazione (così come alcune chiusure delle volate) ma il personaggio esce e questo è già molto. Si sente comunque che deve avere ascoltato e riascoltato sino alla nausea l’inimitabile (speriamo anche nei difetti) Chris Merritt che, al pari di Blake, è rimasto senza eredi.
La bacchetta di Zedda, ormai in fase autunnale, non mi ha mai convinto appieno poiché nonostante le ottime intenzioni non è mai stata né carne né pesce. In questa esecuzione non fa eccezione: quando sembra abbandonarsi al canto ecco che ricompare il rigore dello studioso; quando sembra avere qualche felice intuizione narrativa ecco che fa capolino l’arido filologo. La concertazione è quindi sempre un’indecisa incompiuta così come la direzione. Anche in questo caso non c’è altro da fare che rassegnarsi.
Ciao e a presto
Alessandro (Beckmesser)
Non fosse che ci riguarda (come cittadini italiani) sarebbe anche uno spettacolo abbastanza divertente... però a me sembra solo triste, non so che farci!
P.S. Sgarbi... la proposta fatta a Biagi si chiama MOBBING, almeno le cose definiamole per quel che sono...
Caro Gabriele,
confesso che le voci circa la presenza di una “claque” al “Regio” di Torino in occasione della recente “Lucrezia Borgia” mi hanno fatto veramente sorridere.
L’entusiasmo era genuino, te lo posso assicurare!
Metti un tenore forse povero di squillo ma dalla tecnica buona e dallo stile eccellente nonché un soprano molto dotato ma tendenzialmente intemperante nelle mani di Bruno Campanella e lui farà il miracolo.
Già, proprio un piccolo miracolo ha fatto il mai troppo lodato maestro pugliese che in virtù di un continuo sostenere e respirare con il canto ci ha consegnato una recita (domenica 6 aprile) in cui un successo al calor bianco ha premiato tutti gli artefici dell’esecuzione: l’ovazione che ha accolto Campanella alla sua terza uscita, all’inizio del II atto, la dice lunga.
Tutti hanno infatti dato il meglio di loro:
José Bros ha purtroppo dovuto rinunciare, a causa di alcune nasalità nella cadenza e nell’acuto finale, ad un’ovazione che avrebbe ampiamente meritato in chiusura di “T’amo qual s’ama un angelo”. Un grande successo lo ha comunque premiato durante lo spettacolo ed in particolare quando è comparso alla ribalta al termine della recita. Buona ma non eccezionale la prova della Aldrich, troppo fioca nel registro grave nonostante i molti aiuti ricevuti dal podio.
Straordinario per coscienza stilistica e presenza scenica, come di consueto, l’Alfonso di Michele Pertusi, afflitto però da una voce che nella sala problematica del “Regio” non è mai riuscita a correre e che con il trascorrere del tempo corre sempre meno. Gusto, presenza e stile supremi con una voce che, per volume, un tempo sarebbe stata destinata al comprimariato.
Una “Lucrezia” comunque eccellente che, coi tempi di vacche magre che corrono, ha giustamente scatenato l’entusiasmo sincero del pubblico: grazie “Regio” e, soprattutto, grazie a Bruno Campanella, maestro fra i maestri e vero autentico esempio da seguire per tutti i direttori che si accostano all’opera.
Alessandro (Beckmesser)
Ed ecco anche il terzo coinquilino... poi giuro che non ne posto più (anche èerché abbiam finito...!)
Però, che bella casetta, neh?