Questo sono io
Blogger: Pruun
Nome: Gabriele Cesaretti
In arte Pruun... perché questo soprannome? Boh, è nato così.
Sono un ragazzo che gioca a fare il giornalista ma che in realtà non ha mai smesso di studiare. In effetti mi considero un curioso di tutto ciò che riguarda l'uomo e la vita, ma se metto che mi considero esploratore è meglio ché fa più figo. Sono un pò lunatico e un pò malinconico, a volte strambo a volte stronzo, molto egocentrico ma anche timido... Da piccolo son rimasto folgorato dall'opera lirica e ora perdo tutto il mio tempo a sentire musica, musica, musica....


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Odi et Amo
Odio
Odio chi mi vuole allisciare il pelo, chi mi sfrutta, chi è ipocrita, chi è falso, chi non si sa pigliare in giro (e lo dico da persona mooooolto permalosa); odio la malinconia che spesso mi prende, odio il buio, le giornate che durano sei ore; odio la musica da discoteca, la strafottenza e l'ignoranza spacciate per cultura; odio chi scrive libri pensando solo al portafoglio e odio, soprattutto, chi si lamenta senza motivo. A teatro odio le esecuzioni asettiche, quelle che si dimenticano di interpretare un personaggio e pensano solo a cantare (e spesso non lo fanno nemmeno così bene).

Amo
Amo la musica, tutta la musica, anche se per quella lirica ho un feeling in più (e mi sono contenuto...); amo la lettura e i libri di Tolkien, Lovecraft, Melville, Leopardi, Hesse; amo stare in compagnia, ma spesso amo stare da solo; amo le persone che mi circondano, perché ormai basta uno sguardo e ci capiamo; amo guardare i film al cinema, ma anche a casa, purché ci siano gli amici; amo i colori del cielo e della natura; amo l'estate e amo la luce, ma amo anche l'inverno (giornate corte a parte) e amo la neve; amo il mare e amo la montagna... insomma cerco di cogliere il buono della vita e se pensate che amo troppe cose, sinceramente non me ne sbatte nulla!!! (Dai che scherzo, mò mica vi offendete?)
Mi hanno scritto...
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Tutta l'opera italiana con una particolare predilezione per il Belcanto di Rossini, ma anche per le melodie lunghe lunghe di Bellini e la malinconia di Donizetti. Ma mi piacciono anche Verdi, Puccini, gli autori della 'musicaccia' verista (adoro Mascagni e i suoi contemporanei). Mozart, per me, è come un Dio. Ho una passione sfrenata per l'opera francese, sono affascinato dall'opera russa e da quella ceca e ultimamente sono riuscito anche a sentire le opere armene e georgiane. Da poco sono in fissa con il primo Ottocento tedesco e Wagner mentre da qualche mese ho scoperto tutta la grande bellezza di Strauss. Mi emoziona da matti, se eseguito bene, il recitar cantando di Monteverdi... insomma, mi sa che ci sono poche cose che non mi piacciono...

Opere che non amo
Ma ce ne saranno? Sarà che ancora sono curioso e mi interessa sentirle tutte!!!
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Joan Sutherland la STUPENDA su tutte, Maria Callas, Montserrat Caballé, Birgit Nillson, Giulietta Simionato, Norma Fantini, Fiorenza Cossotto, Daniela Dessì, Anna Caterina Antonacci, Kirsten Flagstad, Magda Olivero, Ghena Dimitrova, Gianna Rolandi, Luciana Serra, Mariella Devia, Marilyn Horne, Lucia Valentini Terrani, Maria Chiara, Nelly Miricioiu, Denia Mazzola Gavazzeni, Anna Bonitatibus, Mirella Freni, Raina Kabaivanska, Shirley Verrett, Grace Bumbry, Barbara Frittoli, Vesselina Kasarova, Renata Scotto, Renata Tebaldi, Régine Crespin, Beverly Sills, Lella Cuberli, Natalie Dessay, Beniamino Gigli (la voce di tenore più bella del secolo scorso), Alfredo Kraus, Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Rockwell Blake, Chris Merritt, Salvatore Fisichella, Renato Bruson, Leo Nucci, Carlo Tagliabue, Sesto Bruscantini, Giulio Neri, Mario Del Monaco, Nicolai Ghiaurov, Enzo Dara, William Matteuzzi, Ettore Bastianini, Franco Corelli, Giorgio Casellato Lamberti, Carlo Bergonzi, Juan Diego Florez, Simon Keenlyside, Bryn Terfel... tutti ovviamente NON in ordine d'importanza (Joan esclusa, ovvio), ma forse ne ho anche dimenticato qualcuno

Cantanti che non amo
Dai che non è carino elencarli... poi dicono che noi melomani siamo cattivi... tzé...
Se lo dice lui...

J.R.R.Tolkien
Allora la voce degli Ainur, quasi con arpe e liuti, e flauti e trombe, e viole ed organi, quasi con innumerevoli cori che cantassero con parole, prese a plasmare il tema di Ilùvatar in una grande musica: e si levò un suono di melodie infinitamente avvicendantisi, conteste in armonia, che trascendevano l'udibile in profondità e altezza, e i luoghi della dimora di Ilùvatar ne erano riempiti a traboccarne, e la musica e l'eco della musica si spandevano nel Vuoto, ed esso non era vacuo. (Il Silmarillion / Ainulindale)
G. Leopardi
L'Infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. / Ma sedendo e mirando, interminati / spazi al di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo; ove per poco / il cor non si spaura. E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei. Così tra questa / immensità s'annega il pensier mio: / e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Da Il sabato del villaggio
Garzoncello scherzoso, / codesta età fiorita / è come un giorno d'allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno, / che precorre alla festa di tua vita. / Godi, fanciullo mio: stato soave, / stagion lieta è cotesta. / Altro dirti non vo'; ma la tua festa / ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
H. Hesse
Ora ero di nuovo giovane e ciò che sentivo nell'anima, quel torrente di fuoco, la nostalgia travolgente, la passione sgelante come il tepido vento di marzo, tutto era giovane, nuovo e genuino. Come divampavano nuovamente i fuochi dimenticati, come risonavano squillanti i suoni di una volta, come mi fioriva il sangue, come cantava e gridava l'anima mia! (Harry) [...] Lei è generoso, è pronto ad ogni manifestazione stupida e seria, a tutto ciò che è sentimentale e privo di spirito. Io invece non sono di questo parere; di tutta la sua penitenza romantica non darei un soldo. Lei vuol essere giustiziato, vuol farsi tagliar la testa, vandalo che non è altro. Per cotesto ideale imbecille sarebbe capace di commettere dieci altri omicidi. Lei vuol morire, vigliacco, non vuol vivere. Ma perdio, dovrà proprio vivere! (Mozart a Harry) Il lupo della steppa
R.M.Rilke
Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. (Lettere a un giovane poeta)
Crediti
Template e grafica originali byIN ARIA... & kiocciola

Il template è stato modificato da me per quel che riguarda alcuni colori e l'immagine: il modello originale di Inaria è visibile qui e scaricabile qui

Immagine: Dame Joan Sutherland nei panni di Elvira nei "Puritani" di Bellini

Modello originale distribuito su IN ARIA..., kiocciola, NST & GRAFICA DI STILE

Garfield
Animation by IN ARIA...
Son io che vi fa scaltri... l'arguzia mia crea l'arguzia degli altri...
19/08/2008
Radio d'Estate

Caro Gabriele,

i recentissimi ascolti radiofonici hanno infine marcato il confine fra chi, a sessant’anni suonati, è ancora una belcantista assoluta (la Devia) e chi, malgrado i peana di alcuni critici e le astute operazioni di marketing, una grande belcantista non lo sarà mai nemmeno a quaranta (ossia la Ganassi).

Come tu ben sai il debutto veronese di Mariella Devia in “Anna Bolena”, nonostante mi avesse come di consueto impressionato, non mi aveva convinto come altre sue prove (ad esempio Imogene e Maria Stuarda): ebbene alla luce della prova palermitana ho sciolto qualunque riserva.

Il ruolo è stato maturato a dovere sul piano espressivo ed è stato restituito vocalmente con una sicurezza ben superiore rispetto a quanto avevamo sentito in occasione dell’esecuzione di Verona.

Certo, come già abbiamo avuto modo di sottolineare più volte, la virtuosa si è fatta più prudente ma per il resto sembra apportare sempre nuovi migloramenti alla propria organizzazione vocale: un registro acuto sempre più luminoso ed omogeneo, un legato sempre più …  perfetto e dei fiati che sembrano non terminare mai, il tutto unito ad una coscienza stilistica senza pari e ad una sottigliezza di fraseggio strabiliante. Una prova assolutamente maiuscola coronata da un successo che, dopo il sovracuto che ha chiuso “Coppia Iniqua”, ha travolto l’orchestra. Una buona parte del merito andrà ascritto sicuramente alla bacchetta di Marco Guidarini che, nonostante la mancanza saltuaria di tensione narrativa, si è dimostrata spesso molto sensibile al palcoscenico con la scelta di tempi sovente moderati ma molto rispettosi del canto e di sonorità che hanno sempre evitato quei fragori bandistici tanto cari a Lu Jia (stilisticamente estraneo a Donizetti ed al belcanto tanto da aver ipotecato pesantemente l’edizione di Verona).

Il contorno della Devia era poi superiore a quello veronese: Giacomo Prestia, benché in affanno sugli acuti, ha voce più ampia e bella di Pertusi e nonostante gli sia stilisticamente inferiore è stato un Enrico VIII molto più incisivo; la Polverelli ha ripetuto, migliorandola un poco, la Seymour di Verona con lunghe arcate di fiato ed agilità impeccabili oltre ad accenti fieri ed accorati: peccato per quegli acuti calanti ed un poco striduli nella cabaletta del II atto. Ho lasciato per ultimo la vera sorpresa della serata ovvero Fernando Portari: un Percy elegante e stilisticamente adeguato che, senza essere un fulmine di guerra, si è rivelato un professionista assai sicuro e superiore a qualunque altro Percy attuale (escluso ovviamente José Bros). D’altro canto lo ricordavo come il salvatore (una decina d’anni or sono) di una sciagurata “Maria di Rohan” alla Fenice di Venezia. Invece di fare come i gamberi, come quasi tutti i giovani ci hanno ormai abituato (vedi Meli, Filianoti, Alvarez ecc…), il nostro Portari si sta ritagliando una dignitosa carriera senza rubare il pane a nessuno.

Una bella “Anna Bolena” è stata dunque quella di Palermo, senz’altro da ricordare nell’attuale problematico panorama delle esecuzioni donizettiane.

Veniamo ora alle dolentissime note del R.O.F. Ti confesso che sino a qualche anno fa attendevo il Rossini Opera Festival con grande gusto e passione mentre da un po’ di tempo lo aspetto col mal di pancia.

Francamente non riesco a comprendere la politica di questo Festival che ha iniziato con il non invitare più i veri grandi rossiniani quando erano ancora gloriosamente in carriera ovvero i Ramey, i Blake e le Horne, ha proseguito con il puntare su giovani spesso e volentieri inadeguati (i Pirgu, le Marianelli, le Bayo ecc…) per finire col contrabbandare come rossiniani assoluti cantanti anche bravi ma che non daranno mai del tu al genio pesarese: prima fra tutte la Ganassi.

La sua Ermione è stata per certi versi imbarazzante. Ho letto per anni le critiche impietose verso una Caballé che si era aggiustata la parte ed aveva trasformato il testo in un guazzabuglio incomprensibile di vocali per riuscire ad articolare la vocalizzazione. Mi volete allora spiegare cosa ha fatto di diverso la Ganassi? Lo spianamento delle consonanti per riuscire ad articolare (malamente) la frase “Immergi quest’acciaro nel sen del traditor” è passato sotto le orecchie di tutti. Se a questo si aggiungono le solite agilità studiate allo spasimo ma mai liquide e facili come dovrebbero essere, un registro sopracuto spesso messo a dura prova ed infine  la solita tendenza a spaccare talmente in quattro il capello del fraseggio tanto da disperdere in mille rivoli l’identità del personaggio risulta alla fine chiaro come la sua prova sia sostanzialmente fallita.

Il resto poi non era granché meglio: la Pizzolato mi è sfuggita nei momenti cloù e quindi non azzardo giudizi ma Siragusa, benché  agilissimo, era come sempre ingolato sugli estermi acuti ed inadeguatissimo come fraseggio: sembrava il fratellino minorenne di Oreste e non il grande eroe greco (qui Blake docet).  Gregory Kunde, che dal R.O.F. ha ricevuto moltissime ed amorevoli attenzioni (tante in più del molto più meritevole Blake) , sta vivendo decisamente un’Estate di San Martino: deve aver trovato un buon restauratore di voci (FACCIA ALMENO il NOME COSI’ POTREMO ORGANIZZARE dei PULLMANN!) che ne ha fatto un cantante con fiati più lunghi ed una invidiabile sicurezza in alcuni passaggi vocalizzati tanto da permetterne un decoroso riciclaggio nei ruoli Nozzari. Purtroppo però per Pirro questo non basta: ci vuole un’insolenza nell’aggredire il fraseggio nonché le lunghe arcate vocalizzate che non è mai stata nemmeno dei Kunde e dei Ford giovani. Purtroppo in questo Merritt si è rivelato del tutto insostituibile, con buona pace dei suoi detrattori.

La bacchetta di Roberto Abbado infine (da me apprezzatissimo ne “La Clemenza di Tito” allestita al Regio di Torino) ha fornito una prova interlocutoria, sicuramente non priva di finezze ma indecisa fra narrazione e sostegno del canto, tanto da aver mancato entrambe le cose.

Ciònonostante Abbado ha fatto la figura del gigante rispetto allo sciagurato Gustav Kuhn i cui fragori bandistici e i cui deliri ritmici hanno letteralmente funestato un “Maometto II” che magari, con altre bacchette, avrebbe potuto risultare molto più decoroso.

Certo Pertusi (alla faccia della nostra critica sciovinista) non è mai stato Ramey ma è pur sempre un rossiniano affidabile, Meli, limitato dalla parte, non ha fatto molti disastri ed il soprano (sebbene dotata di voce educata) ha anch’ella fornito una prova interlocutoria; la migliore è stata senz’altro Daniela Barcellona. Questa cantante avrebbe sì tutte le predisposizioni per arrivare a dare del tu a Rossini; purtroppo si ostina a non fermarsi per correggere quei difetti che le saranno alla lunga fatali: i fiati corti e gli acuti scoperti. Per il resto, dopo la Horne e la mai troppo lodata Podles, mai nessuno ha avuto colore, accenti ed agilità più giuste per i ruoli en travestì della nostra Barcellona: se il Buon Dio la facesse rinsavire e ce la conservasse per qualche lustro gli saremmo infinatemente grati.

Questo, caro Gabriele, è il bilancio desolante del R.O.F.: non so se “L’Equivoco Stravagante” sia andato molto meglio però i due titoli del Rossini napoletano sono stati clamorosamente falliti. Le ultime esecuzioni veramente indovinate dal R.O.F. sono state la “Semiramide” del 2003, l’”Adina” con la DiDonato , il “Barbiere” con la DiDonato e Flórez e la “Matilde di Shabran” con la Massis e Flórez: veramente un po’ pochino per un Festival che si pone come depositario del verbo rossiniano.

A proposito di scelte del R.O.F., per concludere propongo un quesito: e se al posto di Kuhn ed Abbado ci fossero stati un Palumbo, un Benini o, meglio ancora, un Campanella?

Meditiamo gente, meditiamo.

Un caro saluto dal sempre tuo Beckmesser (Alessandro)

Beckmesser ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 11:50 | link | commenti (1) | Categoria: avanguardia lirica, lettere di beckmesser, cronache radiofoniche
13/07/2008
Edgar a Torino

Caro Gabriele,

mi sono appena riletto ciò che il buon Elvio Giudici pensava di “Edgar”: un polpettone indigesto.

Le nostre sensazioni all’ascolto torinese non sono state troppo diverse forse perché questa edizione del massimo sabaudo, benché nobilitata da un godibilissimo allestimento scenico, faceva acqua da troppe parti.

Ho trovato abbastanza sconsolante constatare come la migiore in campo per correttezza vocale ed intenzioni espressive sia stata la Fidelia della brava Carmen Giannatasio, l’unica che (nonostante l’inevitabile affaticamento dovuto al fatto di aver canatato questa parte mostruosa due volte in meno di 24 ore) ci abbia regalato momenti di buon canto.

Il resto del cast era invece francamente imbarazzante: la Gertseva, Tigrana a corrente alternata, aveva qualche sprazzo decente nel medium ma presentava un registro acuto assai problematico; Marco Vratogna è stato un Franck assai sommario e si è ormai qualificato, per rozzezza di emissione e di accenti, come l’erede più accreditato di Silvano Carroli, senza però possederne il volume impressionante; su José Cura invece sarebbe proprio bello tacere. Dai muggiti ai latrati ed ai gemiti, dai falsettini più stimbrati alle note più intubate, il caro argentino non ci ha veramente risparmiato nulla: fosse riuscito a cantare, dico cantare, una sola frase! Personalmente ritengo che il talento ed il carisma scenico di fronte a tanta gigantesca ignoranza in fatto di tecnica vocale passino veramente non in secondo bensì in terzo piano. Ormai siamo abituati a critici che, per giustificare l’assenza di grandi cantanti, si trincerano dietro ad una concezione dell’opera che si confà di più al teatro di prosa però ricordiamoci che il canto è altra cosa da ciò che Cura ci ha proposto. Forse il pubblico dovrebbe ricominciare a svegliarsi e, magari come ha detto Jack 82 nella interessante conversazione post rappresetazione, iniziare a contestare personaggi che saranno anche artisti ma cantanti non lo sono proprio.

Ritorno infine, alla nausea, su uno dei miei argomenti preferiti: la GERONTOFILIA applicata all’opera. Penso che in molti avranno seguito la Turandot dal San Carlo; ritengo quindi che non sia difficile riconoscere che, concertazione di Steimberg a parte, la migliore in campo fosse proprio l’immarcescibile Giovanna Casolla che, ad onta di una dizione come di consueto non impeccabile, ci ha nuovamente consegnato una principessa di gelo di invidiabile sicurezza! Il resto è stato ben poca cosa: qualche nota e qualche accento azzeccato da Palombi (nel complesso sempre molto problematico) e qualche buona intenzione di una Amsellem sempre più in difficoltà con un registro acuto ormai ai limiti dell’ingovernabilità.

Evviva la Terza Età!

Ciao e a presto

Alessandro (Beckmesser)

P.S.

Se qualcuno si è scordato come dovrebbe essere un vero ed autentico mezzosoprano si guardi una recente pubblicazione video della “Vai” che ripropone un’allestimento de “La Favorita” di Tokyo con Fiorenza Cossotto. Se a qualcuno la Cossotto non sembrasse al meglio (poiché è sì impressionante ma non al meglio delle sue possibilità) allora potrebbe consolarsi con il resto della compagnia: Kraus, Bruscantini e Raimondi. AH! CHE TEMPI GRAMI I NOSTRI!

Beckmesser ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 14:39 | link | commenti | Categoria: cronache teatrali, lettere di beckmesser
11/05/2008
Addio a Leyla Gencer

Un'altra grande se ne è andata...

Addio alla TIGRE TURCA!!!

 

Pruun ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 17:26 | link | commenti (4) | Categoria: verdi, gencer
06/05/2008
Tra Norma e Donna del Lago

Caro Gabriele,

se non fosse stato per la direzione di Pidò, noiosa e pesante, quella di Bologna sarebbe stata una “Norma” coi fiocchi. Nulla di miracoloso, beninteso, ma comunque non sempre ci è dato ascoltare un Pollione così musicale, di bel timbro e sicuro (nonostante alcuni delmonacheggiamenti di troppo e la mancanza di autentico squillo) come quello di Armiliato, un’Aldagisa civile come quella della Aldrich (più soprano che mezzosoprano ma comunque molto più a proprio agio che non nell’Orsini del “Regio” di Torino) e soprattutto una Norma come quella della Dessì.

Ti confesso che dopo un recitativo così scolpito e giusto negli accenti mi sarei aspettato maggior involo nel “Casta Diva”, notevole ma sicuramente non immacolato: che accenti però, che agilità e che perentorietà. Le agilità di “Ah bello a me ritorna” (Gruberova esclusa) sono state le migliori da me ascoltate negli ultimi anni (con buona pace della Cedolins) a dimostrazione del fatto che, quando si sa cantare e si parte con un retroterra belcantistico, tre lustri di giovine scuola non lasciano più di tanto il segno. Qualcuno potrà obiettare sugli estremi acuti ma, si sa, non sono mai stati il punto di forza di questa cantante che, dopo quasi trent’anni di carriera, si può permettere un debutto che non esiterei a definire vincente! La Dessì ha dimostrato di essere, nel timbro e negli accenti, Norma sino al midollo e non è poco. Ai detrattori ricorderò che molte Norme del passato più remoto (Cigna, Caniglia, Carena …) oltre a non possedere la stessa pertinenza stilistica erano in affanno sugli acuti come e più della Dessì (che però poteva risparmiarsi il sopracuto sbilenco al termine del terzetto). Sicuramente se questo cast avesse potuto contare su di una bacchetta meno “battisolfa” di quella di Pidò le cose sarebbero ulteriormente migliorate: purtroppo o cloniamo i Campanella ed i Palumbo o ci rassegnamo.

Come ti ho anticipato telefonicamente ho preso “La Donna del Lago” registrata dal vivo dalla Naxos. Nulla di strabiliante ma comunque molto interessante. La compagnia di canto, come capita ormai troppo spesso in Rossini, è molto disomogenea perché raduna star arrivate, giovani rampanti e giovani … imbarazzanti.

Inizierei col Malcolm della Pizzolato che, dal Tancredi di Pesaro A.D. 2003, mi sembra abbia percorso molta strada: nulla di miracoloso ma un’emissione corretta che tenta di non forzare mai né i gravi né tantomeno gli acuti, un’agilità forse non trascendentale ma comunque molto liquida, un timbro gradevole e un gran lavoro su stile ed accenti. La migliore in campo.

Il percorso esplorativo dei ruoli Colbran iniziato dalla Ganassi giunge invece ad una nuova tappa; il risultato è interessante ma sicuramente interlocutorio. Il timbro è sempre bellissimo, l’emissione fluida è sostanzialmente molto corretta ed il fraseggio analitico, sin troppo studiato. Quello che non convince e che non mi ha mai convinto sono proprio le agilità: frutto di incessante studio ed applicazione non appena il mezzosoprano perde un attimo il controllo e si fa coinvolgere emotivamente diventano meno fluide, più faticose, farraginose e questo, per una grande rossiniana, non dovrebbe essere mai! Valgono quindi le considerazioni da me già fatte durante gli ascolti di “Barbiere”, “Cenerentola”, “Elisabetta d’Inghilterra”: un’ottima cantante, una grande artista ma non una grande rossiniana.

Con gli ometti le cose peggiorano sensibilmente. La grandeur di Blake (sempre il migliore) e lo splendore timbrico di Florez ci hanno certamente viziati ma … qui c’è da rimpangere amaramente Gimenez e Gonzales. Piattezza espressiva, agilità aspirate, timbro caprino: Mironov esce a pezzi dal confronto con la temibile scrittura rossiniana. Una prova senza possibilità di appello quella del giovane russo; speriamo che ci ripensi.

Discorso un po’ diverso si deve fare per il Rodrigo di Ferdinand Von Bothmer che posside un talentaccio guascone per le volate e gli accenti del ruolo scritto per Nozzari. La linea di canto non è immacolata ed alcuni acuti sono un po’ gridati ed in debito d’intonazione (così come alcune chiusure delle volate) ma il personaggio esce e questo è già molto. Si sente comunque che deve avere ascoltato e riascoltato sino alla nausea l’inimitabile (speriamo anche nei difetti) Chris Merritt che, al pari di Blake, è rimasto senza eredi.

La bacchetta di Zedda, ormai in fase autunnale, non mi ha mai convinto appieno poiché nonostante le ottime intenzioni non è mai stata né carne né pesce. In questa esecuzione non fa eccezione: quando sembra abbandonarsi al canto ecco che ricompare il rigore dello studioso; quando sembra avere qualche felice intuizione narrativa ecco che fa capolino l’arido filologo. La concertazione è quindi sempre un’indecisa incompiuta così come la direzione. Anche in questo caso non c’è altro da fare che rassegnarsi.

Ciao e a presto

Alessandro (Beckmesser)

Beckmesser ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 09:44 | link | commenti (3) | Categoria: cronache teatrali, cronache discografiche, lettere di beckmesser
03/05/2008
Senza parole..

Non fosse che ci riguarda (come cittadini italiani) sarebbe anche uno spettacolo abbastanza divertente... però a me sembra solo triste, non so che farci!

P.S. Sgarbi... la proposta fatta a Biagi si chiama MOBBING, almeno le cose definiamole per quel che sono...

Pruun ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 11:21 | link | commenti (1) | Categoria: stagioni, mondo schifoso, politica che non cè
22/04/2008
La Borgia di Torino...

Caro Gabriele,

confesso che le voci circa la presenza di una “claque” al “Regio” di Torino in occasione della recente “Lucrezia Borgia” mi hanno fatto veramente sorridere.

L’entusiasmo era genuino, te lo posso assicurare!

Metti un tenore forse povero di squillo ma dalla tecnica buona e dallo stile eccellente nonché un soprano molto dotato ma tendenzialmente intemperante nelle mani di Bruno Campanella e lui farà il miracolo.

Già, proprio un piccolo miracolo ha fatto il mai troppo lodato maestro pugliese che in virtù di un continuo sostenere e respirare con il canto ci ha consegnato una recita (domenica 6 aprile) in cui un successo al calor bianco ha premiato tutti gli artefici dell’esecuzione: l’ovazione che ha accolto Campanella alla sua terza uscita, all’inizio del II atto, la dice lunga.

Tutti hanno infatti dato il meglio di loro: la Theodossiou, certo non di immacolata purezza nella linea di canto, ha comunque cesellato un “Com’è bello” da ricordare ed ha onorato le accensioni del duetto con Gennaro, del terzetto con Alfonso e del finale II con determinazione ed impegno sfoderando accenti ed una voce davvero importanti. Campanella, prudentemente, le ha proibito il sovracuto finale evitando lo strillo che si era sentito a Bergamo.

José Bros ha purtroppo dovuto rinunciare, a causa di alcune nasalità nella cadenza e nell’acuto finale, ad un’ovazione che avrebbe ampiamente meritato in chiusura di “T’amo qual s’ama un angelo”. Un grande successo lo ha comunque premiato durante lo spettacolo ed in particolare quando è comparso alla ribalta al termine della recita. Buona ma non eccezionale la prova della Aldrich, troppo fioca nel registro grave nonostante i molti aiuti ricevuti dal podio.

Straordinario per coscienza stilistica e presenza scenica, come di consueto, l’Alfonso di Michele Pertusi, afflitto però da una voce che nella sala problematica del “Regio” non è mai riuscita a correre e che con il trascorrere del tempo corre sempre meno. Gusto, presenza e stile supremi con una voce che, per volume, un tempo sarebbe stata destinata al comprimariato.

Una “Lucrezia” comunque eccellente che, coi tempi di vacche magre che corrono, ha giustamente scatenato l’entusiasmo sincero del pubblico: grazie “Regio” e, soprattutto, grazie a Bruno Campanella, maestro fra i maestri e vero autentico esempio da seguire per tutti i direttori che si accostano all’opera.

Alessandro (Beckmesser)

Pruun ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 18:44 | link | commenti (3) | Categoria: avanguardia lirica, lettere di beckmesser
07/04/2008
Il Politometro 3

Ed ecco anche il terzo coinquilino... poi giuro che non ne posto più (anche èerché abbiam finito...!)

Però, che bella casetta, neh?

Pruun ha sfogato la sua pazzia melomane alle ore 23:14 | link | commenti (2) | Categoria: stagioni

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